La caduta della campionessa americana rivela il dramma di chi non accetta il tramonto, trasformando la resilienza in un’ossessione che ignora i gridi del corpo.
Ossessionata, si può dire? Ma se non sei così – ossessionata – a quarantun anni non sei più lì a sentire il morso dell’emozione che ti stringe lo stomaco mentre aspetti di scendere a cento all’ora contro ragazzine che potrebbero essere figlie tue. Quella qualità – l’ossessione, e la capacità di immolare qualsiasi cosa nel tentativo di placarla – è esattamente quello che distingue le fuoriclasse da tutte le altre. Eppure la storia di Lindsey Vonn va oltre le normali dinamiche dello sport orco che tutto pretende, anche i sacrifici umani. Quelle urla disperate le avevamo incontrate altre volte. Soltanto l’altra sera, vedendo il sorriso meraviglioso di Deborah Compagnoni mentre accendeva il braciere del Giochi, abbiamo tutti pensato a quando l’avevamo sentita gridare inconsolabile a Meribel. Ma Vonn è un altro discorso. Decidere di scendere nella libera delle Tofane dieci giorni dopo essersi rotta il crociato del ginocchio sinistro (quello destro ha già una protesi) esce dalla categoria del pazzesco per entrare in quella della follia. La differenza c’è. Eccome.
