La nuova capodelegazione azzurra è stata una delle grandi della scherma italiana: già leader nel gruppo azzurro, dopo aver riposto l’arma ha scoperto la politica sportiva
Atlanta, 22 luglio 1996. Secondo turno del torneo olimpico di fioretto. Un urlo scuote la sala F del mastodontico Georgia World Congress Center. Non è un urlo di gioia, bensì di dolore. E fa il giro del mondo. Diana Bianchedi stramazza al suolo. Una torsione innaturale del piede destro, durante l’assalto con la cinese Wang Huifeng. Il tac è secco, e lei capisce subito: il tendine d’Achille si spezza. Ma Diana non vuole uscire così. “Alzatemi”, ordina allo staff sanitario azzurro. Si rialza, stringe i denti, tira quasi da ferma, ma da 7 a 7 vince 15 a 8. Poi sì che si arrende, è inevitabile. E la seconda Olimpiade, nel momento migliore della carriera, lei che strizzava l’occhio alla medaglia pure nel torneo individuale, finisce lì. Ma non la sua storia in pedana, che le riserverà altre gioie, sino alla rivincita olimpica col secondo oro a squadre, a Sydney, e al quinto trionfo iridato, nel 2001: l’uscita di scena da vincente.
cervello
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Diana, la donna che Malagò ha scelto come capodelegazione per la Nazionale è stata una delle grandi della scherma italiana. Chissà, se non fosse nata nell’era delle inarrivabili Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, le due più vincenti fiorettiste della storia, forse avrebbe anche triplicato i suoi successi. Ma non ha mai sofferto quella coincidenza, che comunque ha fatto anche la sua fortuna, tantomeno ha patito alcun complesso di inferiorità nei confronti delle compagne plurititolate. Anzi, l’epopea del Dream Team del fioretto azzurro porta anche la sua firma. Milanese, classe 1969, cresciuta dall’età di 6 anni nella prestigiosa Società del Giardino, dopo il legame con l’ex spadista azzurro Angelo Mazzoni, nel 2002 ha sposato l’ex fiorettista Gianmarco Amore. La coppia ha due figli: Giulia, a sua volta fiorettista del giro azzurro e fidanzata con l’argento olimpico e mondiale di fioretto Fabrizio Macchi, e Federico. Per un decennio è stata il cervello, la ragazza carismatica ed equilibratrice di un gruppo capace di marchiare a fuoco la storia dello sport italiano come nessun altro, né prima né dopo. Le prime medaglie internazionali vinte già a livello giovanile, il primo trionfo pesante nella gara a squadre dei Mondiali assoluti a Budapest nel 1991, preludio all’oro olimpico dell’anno dopo a Barcellona, dove è implacabile in tutti gli assalti, compreso quello finale contro la Germania favorita: Trillini, Vaccaroni, Bortolozzi, Zalaffi, Bianchedi, l’inizio di una collezione leggendaria di medaglie, per lo più d’oro, che non si è ancora esaurita.
Insostituibile
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Diana c’è sempre, o quasi. E non è certo il crac di Atlanta a farle passare la voglia di sudare in pedana, e intanto di primeggiare anche sui libri, con il massimo del profitto: laurea in medicina e chirurgia, poi specializzazione in medicina dello sport. Mica si arrende a un tendine rotto, tutt’altro: appena torna, conquista subito il secondo bronzo mondiale individuale, bissando quello di due anni prima. Per il c.t. Andrea Magro è una pedina insostituibile, in gara e nei ritiri azzurri. Diana è grinta e armonia, intelligenza e diplomazia. Regola gli umori delle compagne: Vezzali, Trillini, poi l’emergente Granbassi… Lei è ciò che serve per far funzionare quel meraviglioso ma delicato ingranaggio, fatto di individualità forti. Non ha alcun problema a stare in seconda fila, anche da lì è sempre lei la regista decisiva. E si capisce bene che, ovunque andrà, saprà farsi valere. Non a caso, appena ripone l’amato fioretto nell’armadio, continuerà a raccogliere successi altrove: nel lavoro e nei più svariati ambiti dirigenziali, sino al ruolo di primo piano nei Giochi invernali di Milano Cortina e all’elezione a vicepresidente del Coni. Ora ecco una nuova eccitante – ed epocale – sfida. Potete scommettere che vincerà pure questa.
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