Dopo i Giochi “normali” di Sochi e PyeongChang nello snowboard cross, il grave infortunio e ora il debutto paralimpico: “Non sapevo quanto fosse alto il livello, le storie delle persone sono quello che mi piace di più”
A 12 anni dal debutto olimpico a Sochi, è la terza volta ai Giochi con lo snowboard per Emanuel Perathoner. Ma per la prima volta sarà alle Paralimpiadi: in mezzo, nel 2022, la protesi totale al ginocchio, col passaggio al mondo paralimpico. Perathoner, si sente l’uomo dei mondi? “Mi sento una persona che ha sempre fatto sport e continua a farlo dopo un brutto infortunio. Lo sport è uno. Nel mondo paralimpico esistono le classificazioni e le categorie. Ma questa è la sola differenza che vedo”.
Le sue prime esperienze ai Giochi sono state a quelli olimpici. Come le ha vissute?
“A Sochi era la prima volta, tutto era così affascinante, al Villaggio con atleti di ogni parte del mondo. A PyeongChang c’era più tranquillità, ma se non sei al Villaggio non le vivi appieno”.
Ora la sua prima Paralimpiade, cosa si aspetta?
“Parto per vincere. Poi a volte si riesce e altre no, conta dare il meglio di quello che si ha. Lo farò, ma punto a due medaglie d’oro: questa è l’aspettativa”.
Anche perché in questa stagione ha vinto nove gare su dieci, si presenta da grande favorito.
“Nello sport nulla è mai scontato, quindi non sarà facile. Ai Giochi tutti danno il massimo, cercherò di farlo anche io e l’obiettivo è quello di vincere”.
Come ha vissuto il momento dell’infortunio che poi l’ha portata a passare al mondo paralimpico?
“Era in allenamento, a tre settimane dai Mondiali, un anno prima di Pechino. Temevo fosse il crociato e addio Mondiali. Era il piatto tibiale: non sapevo fosse così grave. Ho cercato su internet e ho capito”.
Come per Federica Brignone.
“Stessa situazione, ma molto peggio: mi si era proprio distrutto il ginocchio, tanto che mi hanno dovuto inserire la protesi completa. Ho capito che prima dello sport dovevo pensare alla mia vita futura”.
Quale è stato il momento più brutto?
“Quando mi sono reso conto che non solo non sarei potuto andare a Pechino, ma che non avrei più potuto gareggiare. Dopo il primo intervento ho cercato di pensare sempre positivo, ma non è stato facile”.
L’infortunio le fece rimandare per la seconda volta un evento importante, ma non di sport.
“Il mio matrimonio con Belén, spostato già per via del Covid. È stata una gran motivazione: volevo arrivare alla cerimonia senza le stampelle e ce la feci”.
Poi la scoperta del mondo paralimpico.
“Quasi per caso. Il sogno di tornare a gareggiare era svanito dopo l’inserimento della protesi completa. Non pensavo di poterlo fare a livello paralimpico: avevo ancora tutti i pezzi del mio corpo, la protesi è interna e non si vede. Poi, scoprii di poterlo fare”.
“Andai a visitare i miei compagni di Nazionale in un ritiro allo Stelvio. Arrivò lì la Nazionale paralimpica, una compagna parlò della mia situazione. Mi mise in contatto col gruppo: feci le visite, venni classificato. Potevo tornare a fare sport, ad alto livello”.
“Conoscevo qualcosa del mondo paralimpico, ma finché non sei dentro non ti rendi conto di quanto sia competitivo: quanto ero ignorante. Trovo strano che non sia seguito come dovrebbe”.
“Le storie delle persone. È un mondo che trovo anche più affascinante di quello olimpico, senza nulla togliere. Ma conoscere cosa c’è dietro ogni atleta paralimpico è importante anche per se stessi, aiuta a crescere. Dal punto di vista umano e tecnico”.
“Sapere cosa prova un atleta con protesi esterna, come si prepara alla gara, quali aspetti deve curare. Ognuno con una storia e un approccio diverso. Per me che sono anche allenatore, è molto interessante”.
Si dice spesso che il movimento paralimpico migliori la società.
“È vero. Peccato solo che alcuni ausili siano costosi. Sa cambiare l’immagine che la società ha della disabilità. Da quando ho iniziato, nel 2022, ho visto già una crescita, ma rimane molto da fare”.
“La visibilità che merita di avere sui media. Quando gareggiavo a livello olimpico, bastava una vittoria e trovavo la notizia, anche solo sui giornali locali. Ora no. E non capisco il motivo. Credo che per i Giochi sarà diverso. E poi la Rai che darà in diretta le gare, è molto importante, poterle vedere aiuta a capire quanto sia bello il mondo paralimpico”.
Come spingere una persona con disabilità, specie se giovane, a fare sport?
“Direi di non mollare mai. Lo sport fa bene sempre, ma per chi ha disabilità ancora di più. Fisicamente, psicologicamente e socialmente. Aiuta a mettersi in relazione con altri, che hanno la stessa condizione, le stesse passioni e interessi. Uscire di casa e andare incontro al mondo attraverso lo sport”.
“È vero. Io ho cercato sempre di essere positivo e questo aiuta. Ma occorre cercare di farlo specie nelle situazioni difficili. E lo sport aiuta molto”.
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