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    Home»Facts & Insights»Michele Di Rocco, intervista: “Io, la boxe, il ritorno, gli insulti sul ring e…”

    Michele Di Rocco, intervista: “Io, la boxe, il ritorno, gli insulti sul ring e…”

    RedazioneBy Redazione08/10/2025Nessun commento6 Mins Read
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    Michele Di Rocco, intervista: “Io, la boxe, il ritorno, gli insulti sul ring e…”
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    Michele, ex campione europeo e sfidante mondiale, di etnia Sinti, sta per tornare sul ring a 43 anni: “Posso ancora dare qualcosa, sogno l’ultimo show. Mi piacevano Rocky e Bruce Lee, sono anche cintura nera di karate, ma con la boxe portavo qualche soldo a casa…”


    Riccardo Crivelli

    Giornalista


    8 ottobre 2025 (modifica alle 09:25) – MILANO

    La passione non si spegne mai. Soprattutto se tra quelle corde hai trascorso in pratica tutta la vita. Michele Di Rocco è stato uno dei più spumeggianti pugili italiani a cavallo tra il primo e il secondo decennio di questo secolo, campione d’Europa e poi sfidante mondiale. Fin da bambino, ha inseguito il sogno di scrivere la storia sul ring, e nonostante non combatta da più di otto anni, non l’ha ancora abbandonato. Tornerà l’8 novembre in Estonia contro l’ucraino Liashevych, un avvio morbido in attesa dell’ultimo, grande show. 

    Michele, è vero che lei scelse il pugilato perché era un fan sfegatato dei film di Rocky Balboa? 

    “Proprio così. Da bambino avevo due idoli cinematografici: Rocky e Bruce Lee. Infatti per qualche anno ho praticato boxe e karate insieme, e pochi sanno che sono anche cintura nera. Solo che la boxe mi piaceva di più e quando arrivarono le prime convocazioni in nazionale mi permise pure di mandare a casa qualche soldo, così lasciai il karate. La mia famiglia è umile, anche se non ha mai fatto mancare nulla a me e alle mie sorelle. Papà faceva il muratore, mamma casalinga: ma per guadagnare qualche spicciolo leggeva la mano alle amiche”. 

    E con lei non l’ha mai fatto? 

    “Prima di ogni mio combattimento, ci sedevamo uno di fronte all’altra: lei mi teneva la mano e mi guardava negli occhi: ‘Michele, andrà tutto bene’. Non era il match in se che contava, ma la salute”. 

    All’Olimpiade di Atene nel 2004 lei era una delle punte di diamante della spedizione italiana, ma venne sconfitto a un match dalle medaglie. 

    “Intanto arrivarci non fu facile, anche perché ero appena passato dai leggeri ai welter. E poi in squadra c’era qualcuno che spingeva per Brunet Zamora, ma io lo sconfissi agli Assoluti del 2003 dimostrando di meritare il posto. E ad Atene, nei quarti contro il romeno Gheorghe, venni battuto solo dal perverso sistema delle macchinette: il giorno prima un altro romeno era stato derubato, ci voleva la compensazione. E io ne fui vittima”. 

    Ionut Gheorge (L) of Romania and Michele di Rocco (R) of Italy exchange blows during their welterweight (69 kg) quarter-final boxing match of the 2004 Olympic Games at the Peristeri Boxing Hall 22 August 2004 in Athens. Gheorge was awarded a 29-18 points decision.  AFP PHOTO / JOE KLAMAR

    Lei appartiene alla generazione dei Russo e dei Cammarelle, che sono rimasti dilettanti fino al termine della carriera ottenendo grandi successi e popolarità: non le è mai venuto il rimpianto di non aver compiuto la stessa scelta? 

    “Magari guardandomi indietro potrei lasciarmi prendere da qualche dubbio, ma non rimpiango nulla: sono un cavallo sciolto, ho sempre vissuto con un po’ di insofferenza le imposizioni, e per stare in nazionale a lungo devi anche scendere a compromessi. E poi ho sempre avuto il sogno di diventare un campionissimo tra i professionisti, perciò rivendico tutte le mie scelte a testa alta. Un pugile con le mie qualità stilistiche in America e in Inghilterra avrebbe fatto i soldi veri. Eppure una piccola occasione l’ho avuta”. 

    “A diciotto anni feci uno stage alla Gleason’s Gym, la palestra, tra gli altri, di Mike Tyson. Mi offrirono di rimanere da loro, ma io ero ancora giovane per decidere e probabilmente venni consigliato male. Così tornai in Italia”.

    Non che poi le cose siano andate malissimo: campione d’Europa e poi sfidante mondiale dei superleggeri. 

    “Con il finlandese Piispanen a Milano e con lo spagnolo Nieto a casa sua ho disputato i miei match migliori. Ma la sfida mondiale Wba contro Burns a Glasgow è stata la delusione più grande della mia vita”. 

    Nel giorno più importante, salì sul ring il fantasma di Di Rocco. 

    “Ma non fu colpa mia. Intanto, il programma originario prevedeva il Mondiale con Benavidez nel dicembre del 2015, così passai tutto agosto a Milano da solo e poi a novembre mi dissero che era saltato tutto e che l’avversario sarebbe cambiato. Ma fino a un mese e mezzo prima del match non c’erano state conferme. Salii sul ring svuotato mentalmente, non ero io: quella volta rischiai davvero di farmi male”. 

    E adesso perché sente il bisogno di tornare a 43 anni suonati e dopo essere stato per più di otto anni lontano dal ring? 

    “Perché sono integro fisicamente e credo di poter dare ancora qualcosa al pugilato. Anche se ho smesso da tempo, ho continuato ad allenarmi seriamente e non dovrò nemmeno strapazzarmi troppo per combattere tra i superwelter, la categoria del rientro. Il primo match sarà un test blando, solo per ritrovare il ring e il colpo d’occhio e poter rientrare in classifica, poi farò un altro combattimento più serio o magari un paio prima di un match europeo o mondiale. Lo devo anche al mio amico Antonio Ciarelli, che è anche il mio sponsor e ha creduto in me in questa avventura: è giusto che gli restituisca qualcosa indietro dopo tutto quello che sta facendo per me”. 

    Ma davvero in Italia non ci sono più pugili di livello? 

    “Il panorama è piuttosto desolante: a me piace molto Armando Casamonica, che ha fatto un grande match in Texas e adesso disputerà l’Europeo. Sono stato molte volte suo sparring perché mi alleno spesso al Quadraro, la sua palestra, e devo dire che qualche pugno da me lo ha preso…”. 

    Quindi bisognerà aspettare suo figlio Francesco, che sembra una promessa. 

    “Si chiama come mio padre, come il grande santo di Assisi e come Totti, un campione che ho sempre ammirato. Ha sicuramente qualità, e nonostante i 15 anni possiede già una bella ‘castagna’. Ma non mettiamogli fretta”. 

    Lei è di etnia Sinti: non le pesa il fatto che i Rom siano sempre al centro di così tanti pregiudizi razzisti? 

    “L’ignoranza è la tomba dell’intelligenza. Io l’ho vissuta sulla mia pelle soprattutto quando gli avversari, per farmi uscire di testa, mi urlavano ‘zingaro’. Ma io li mettevo a tacere sul ring: quelli che mi apostrofavano così, li ho battuti tutti”.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA



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