L’ex ginnasta olimpica ricorda il voto perfetto di 50 anni fa a Montreal. Oggi ha aperto un’accademia in Romania: “Restituire qualcosa al mio sport dando alle nuove generazioni un luogo in cui sognare”
Il modo migliore di festeggiare è fare un altro salto nel futuro per permettere a tanti ragazzi di provare la ginnastica, lo sport che le ha dato la gloria. Cinquant’anni fa, a Montréal, Nadia Comaneci realizzava il suo 10 perfetto, il primo ai Giochi olimpici nella storia di questo sport, talmente raro che nemmeno il tabellone dei punteggi era in grado di riportarlo. Oggi, in occasione di questo anniversario, Nadia, l’antonomasia della ginnastica artistica, inaugurerà a Bucarest un’accademia, realizzata dalla Fondazione Ion Tiriac, una struttura dedicata ai giovani: “La cosa che mi rende più felice è sapere che i bambini che entreranno in questa arena conosceranno la storia di quel 10, ma avranno anche un luogo dove scrivere la propria storia, inseguire i propri sogni e, forse, un giorno raggiungere traguardi che oggi nemmeno immaginano. Per me è questo il significato dell’eredità: trasmettere qualcosa alle generazioni future”.
Nadia, a cinquant’anni dal suo 10 perfetto a Montreal, qual è il primo ricordo che le viene in mente?
“La prima cosa che ricordo non è il punteggio, bensì la sensazione. Avevo 14 anni e stavo semplicemente facendo ciò per cui mi ero allenata migliaia di volte. Quando terminai l’esercizio, sapevo di aver fatto una buona prova, ma non avevo idea che quei pochi secondi sarebbero entrati nella storia dello sport. E di certo non potevo immaginare che, cinquant’anni dopo, saremmo stati ancora qui a parlarne”.
Il suo 10 perfetto è diventato uno dei momenti più iconici della storia dello sport. Guardandosi indietro, è stato più un regalo o un peso?
“Senza dubbio un regalo. Certo, quando raggiungi un traguardo così importante a un’età così giovane, le aspettative nei tuoi confronti crescono enormemente. Ma non ho mai vissuto il 10 perfetto come un peso. Mi ha aperto tante porte, mi ha dato una voce e mi ha offerto l’opportunità di ispirare generazioni di giovani. La vera responsabilità è usare quest’eredità in modo positivo”.
La ginnastica è cambiata enormemente negli ultimi cinquant’anni. Che cosa ammira di più dello sport di oggi e che cosa, invece, pensa si sia perso?
“Ammiro lo straordinario livello atletico delle ginnaste di oggi. La difficoltà degli esercizi, la potenza e il livello tecnico sono incredibili, e questo sport continua a evolversi in modi che cinquant’anni fa non avremmo mai immaginato. Forse ciò che oggi vediamo un po’ meno è quella semplicità e quella componente artistica che permettevano al pubblico di entrare in sintonia con un esercizio anche sul piano emotivo. Credo che la ginnastica più bella sia ancora quella che riesce a combinare difficoltà, precisione, eleganza e personalità”.
Al di là del sistema di punteggio, pensa che oggi potrebbe ancora esistere un momento come il suo 10 perfetto, capace di ispirare il mondo intero?
“Assolutamente sì. Quel tipo di punteggio non esiste più nello stesso modo, ma i momenti destinati a entrare nella storia continueranno sempre a esistere. Ogni generazione ha la possibilità di creare qualcosa che non si è mai visto prima. Ciò che rende storico un momento non è soltanto un numero, ma l’emozione che riesce a suscitare e il modo in cui le persone lo conservano nella memoria”.
Se potesse parlare alla Nadia Comaneci di 14 anni, pochi istanti prima di salire in pedana a Montreal, che cosa le direbbe?
“Forse le direi: “Fai quello che sai fare”. Non le direi quello che sta per succedere. La bellezza di quel momento stava proprio nel fatto che io non lo sapevo. Ero semplicemente una ragazzina concentrata sull’esercizio successivo, sull’attrezzo successivo, sulla sfida successiva”.
Quale ruolo può avere oggi lo sport nell’ispirare i giovani e nell’unire le persone?
“Lo sport parla un linguaggio universale. Insegna disciplina, resilienza, rispetto e la capacità di rialzarsi dopo una caduta, non solo nelle competizioni ma anche nella vita. E in un mondo che a volte appare molto diviso, lo sport ha ancora la forza di unire le persone, al di là della nazionalità, della lingua o della cultura. È una delle sue qualità più preziose”.
Cinquant’anni dopo, quanto conta per lei la sua eredità, nel mondo e nel suo Paese, la Romania? E che cosa le dà oggi la soddisfazione più grande?
“Sono molto orgogliosa che ciò che ho realizzato da ragazzina, a soli 14 anni, partendo dalla Romania, continui ad avere un significato per persone di tutto il mondo anche cinquant’anni dopo. La Romania sarà sempre il luogo da cui è iniziata la mia storia e mi rende particolarmente felice sapere che il mio percorso possa ispirare i giovani del mio Paese a credere che il luogo in cui si nasce non determina fino a dove si può arrivare. Oggi la soddisfazione più grande è poter restituire qualcosa alla ginnastica, allo sport e alle nuove generazioni. Medaglie e punteggi appartengono alla storia, ma ciò che conta davvero è come si utilizzano le opportunità che si sono ricevute e quello che si riesce a lasciare a chi verrà dopo di noi”. Perfetta Nadia.
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