Si chiama Richardson Viano, è arrivato in Europa a tre anni, adottato da una famiglia di guide alpine torinesi andate a vivere in Francia: “Il tempo dopo la prima manche dello slalom? L’ho guardato tre volte, pensavo avessero sbagliato”
Era venuto preparato. Non perché si aspettava di centrare addirittura la qualificazione alla seconda manche dello slalom con il ventinovesimo tempo (a 8″17 dal leader McGrath, che poi sciuperà l’oro uscendo nella seconda manche), ma perché sapeva che la sua storia avrebbe attratto tante persone. “Ho raccontato la mia storia in un libro, sapete?, si chiama ‘Ad Haiti sognavo la neve’, magari lo tradurranno anche in inglese e francese”, attacca in zona mista con un italiano sorprendente. “Come mai? Sono arrivato in Europa quando avevo tre anni, la mia storia è cominciata lì, da mamma e papà italiani”.
da haiti alle olimpiadi
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Viano nasce ad Haiti nel 2002, finisce in orfanotrofio e a 3 anni viene adottato da Silvia e Andrea, guide alpine torinesi che vivono a Briançon, in Francia, molto vicino alla Valle d’Aosta. Richardson viene adottato insieme a Natasha e Bellandine, “le mie sorelle, e papà ci ha subito insegnato a sciare. A 6 anni mi ha iscritto al primo sci club, lì ho cominciato a fare sul serio. Le mie sorelle? Anche loro sciano ancora ma… non amano molto il freddo…”. Richardson frequenta studi regolari fino ai 13 anni, poi al momento di scegliere il liceo si pone il primo dubbio: scuola o sci? Scuola e sci! “Mi sono iscritto a una scuola che mi permettesse di portare avanti entrambe le cose”, e dopo il termine, l’haitiano-franco-italiano si è dedicato alla passione di una vita. “Non faccio la Coppa del Mondo ma ho disputato tre Mondiali e due Olimpiadi, mica male eh?”. Il miglior risultato proprio ai Giochi di Milano Cortina, con lo slalom chiuso al 29° posto finale dopo il 44° in gigante, molto meglio di Pechino dove era uscito tra i pali larghi e aveva chiuso 34° tra quelli stretti. “Quando ho visto il tempo dopo la prima manche di oggi ho guardato tre-quattro volte il cronometro, pensavo si fossero sbagliati”: invece no, si è qualificato per la seconda per davvero, 29° poi confermato a fine competizione. “Dopo il traguardo ho fatto un po’ di balletti con il pubblico, ho pensato, ‘quando mi ricapita di essere in testa alla gara anche solo per pochi minuti’, e poi il mio amico Luca Pinheiro Braathen lo fa sempre…”. Ventinovesimo, si diceva, fosse stato in Coppa del Mondo, avrebbe preso 2 punti.

i miti di viano
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Parla fluentemente francese, italiano e inglese, “e naturalmente il cibo è l’eredità italiana che più mi lasciano i miei genitori”, sorride, ricordando anche il collegamento in mondovisione durante il gigante con la zia Cristina (e il cane Flash) che gli chiedeva “Rici, hai mangiato?”. Tranquilla zia Cristina, tanto cibo italiano. Ma non solo: “I miei miti sono stati Tomba e Hirscher, ma adesso adoro Braathen, mi segue su Instagram e non sono mica tanti quelli che hanno la fortuna di essere seguiti da Lucas. Poi lui è un ragazzo molto umile e socievole, pensate che prima del gigante è venuto a parlarmi, io ero super felice e pensavo ‘ma questo si gioca l’oro e viene a parlare con me?’. Davvero Braathen è un mito!”. La mamma Silvia l’ha seguito nell’avventura olimpica insieme a una delegazione haitiana: gli atleti dell’isola caraibica sono solo due, oltre a Viano c’è il fondista Stevenson Savart (79° nella 10 km tl, 64° nello skiathlon e 82° nella sprint), e per Richardson “è un orgoglio rappresentare il Paese nel quale sono nato, martoriato da terremoti, maremoti e disordini politici. Vorrei tornare ad Haiti prima o poi, ma adesso tutti mi consigliano di aspettare che migliori la situazione. Una telefonata del presidente? No no, non l’ho ricevuta”.
la storia di viano sulla giacca
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La divisa ufficiale di Richardson Viano è anche la sua storia. “L’ho disegnata io e c’è la mia vita dentro”, spiega, mostrando la giacca dove si vedono le palme haitiane, Venezia, lo stadio San Siro di Milano, le Alpi italiane e francesi, una 500 con gli sci sul retro e i cartelli stradali che indicano le località olimpiche di Milano Cortina 2026. Quando si dice, portarsi la propria storia addosso.

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