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    valentina Vezzali, intervista: “A 9 anni già pensavo all’oro olimpico”

    RedazioneBy Redazione15/12/2025Nessun commento5 Mins Read
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    valentina Vezzali, intervista: “A 9 anni già pensavo all’oro olimpico”
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    Valentina, ex schermitrice, è appena diventata vice ispettore e coordina il gruppo delle Fiamme Oro: “Sogno un’Italia culturalmente più sportiva e che le Olimpiadi ci inducano alla pace nel mondo”


    Alessandra Giardini

    Collaboratore


    15 dicembre – 08:19 – MILANO

    Valentina Vezzali è appena diventata viceispettore, lavora all’ufficio coordinamento gruppi sportivi delle Fiamme Oro, non sta ferma un attimo. Tra le tante cose, è soprattutto un’ispirazione. “Mi fa sentir bene. Lavorare per portare le persone alla pratica sportiva mi fa sentire importante. Se posso contribuire a portare qualcuno in palestra sono felice”. 

    La sua ispirazione qual era? 

    “Giovanna Trillini. Aveva quattro anni più di me, ho sempre cercato di camminare sulle sue orme”. 

    La prima volta che è riuscita a batterla? 

    “Agli Assoluti ‘94, un anno incredibile per lei. Ma ricordo di più che in palestra me le dava di santa ragione, impossibile piazzarle una stoccata, tornavo a casa infuriata e papà mi diceva: abbi pazienza, un giorno farai un punto, poi due, poi tre. È finita che ad Atene nel 2004 ci siamo sfidate per l’oro olimpico. Il maestro Triccoli l’aveva previsto. Purtroppo né lui né mio padre hanno potuto vederlo”. 

    La Trillini era in palestra. Ma il poster in camera? 

    “Eros Ramazzotti. Prima delle gare mi isolavo, cantavo e pregavo. Il 9 ottobre 2005 quando vinsi il quarto mondiale, quattro mesi dopo essere diventata mamma, raccontai che mi ero preparata cantando “Musica è”. La sera mi arrivò un messaggio da un numero sconosciuto: “Complimenti, Eros”. 

    “Sara Simeoni, Deborah Compagnoni, Alberto Tomba. E i calciatori dell’82, Paolo Rossi, Bruno Conti, Marco Tardelli”. 

    Si è trasferita definitivamente a Roma? 

    “Sì, ora Pietro studia Economia e management alla Luiss e Andrea gioca a calcio nell’Academy della Roma all’Acquacetosa: fa l’attaccante, a 12 anni è alto 1.75. E ha il mio carattere”. 

    “Ci ho sperato, ma gli piace il pallone. Ci avevo sperato anche con Pietro, ma non era portato”. 

    Che cosa le ha insegnato la scherma? 

    “Che l’avversario non è un nemico da abbattere, ma un simile che va rispettato. Ogni incontro inizia col saluto delle armi e termina con la stretta di mano”. 

    Si dice che chi la batteva diventasse sua nemica. 

    “No. Speravo solo di incontrarla di nuovo prima possibile, per vedere se riuscivo ad avere un finale diverso, per essere migliore, per superarmi”. 

    Da chi ha preso il carattere? 

    “Mia madre è combattiva, ha attraversato tante difficoltà: ha perso la mamma a 8 anni, a 11 lavorava e studiava, non si è mai arresa. Papà era l’intellettuale di famiglia, molto posato. Io sono un misto”. 

    Le piacerebbe ricominciare tutto da capo? 

    “No. Lo sport è bellissimo, ma ci sono anche le sconfitte: quando perdevo piangevo per giorni”. 

    Ha sempre sognato di vincere le Olimpiadi? 

    “Avevo 9 anni, con papà parlavamo di quando le avrei vinte. Come canta Eros, certi sogni sono come le stelle, irraggiungibili però, quant’è bello alzare gli occhi e vedere che son sempre là”. 

    “Sono una mamma: che i miei figli si realizzino ciascuno nei loro ambiti. E un’Italia culturalmente più sportiva”.

    Forse è meglio se punta sui figli. 

    “No, perché? Da dicembre 2023 la parola sport è nella Costituzione: si comincia a piccoli passi, ma siamo nella giusta direzione”. 

    Perché le donne sono diventate trascinanti nello sport italiano? 

    “Siamo multitasking e molto determinate, quando ci mettiamo in testa una cosa ce la facciamo”. 

    Che cosa manca alla parità? 

    “C’è ancora tanto da lavorare in fatto di dirigenza sportiva”. 

    Come sono i ragazzi di oggi? 

    “Hanno tutto, sono cresciuti in altro modo rispetto a noi, vanno motivati. Quelli che fanno sport ci mettono la stessa passione però”. 

    Ai vostri tempi non si parlava di salute mentale. 

    “Si curava la tecnica, stop. Ora contano anche la preparazione fisica, la nutrizione e la parte mentale. C’è stata un’evoluzione incredibile”. 

    Nove medaglie olimpiche, sei ori iridati. Se dovesse rivivere un giorno per sempre quale sceglierebbe? 

    “Giugno 1984, ho 10 anni, andiamo al PalaEur per il campionato italiano categoria Prime lame. Dalla macchina vedo un poster, c’è scritto: “Molti partecipano, uno solo vince”. Penso: sono io. Giornata lunga, tanti assalti, finisco la sera tardi. Non faccio in tempo a togliermi la maschera che papà mi raggiunge in pedana, mi prende in braccio e mi fa roteare in aria. È morto quando avevo 15 anni, non mi ha visto vincere le gare più importanti. Ma quel volo felice vorrei riviverlo per sempre”. 

    La scherma italiana è al sicuro? 

    “La scherma non tradisce mai. La scuola fa scuola e a Los Angeles avremo buone prospettive”. 

    Come si affronta il momento in cui si dice basta? 

    “Il fuoco si spegne: ero in pace con me stessa. L’ultima gara il 26 aprile 2016, il Mondiale a squadre a Rio. Le atlete di tutto il mondo sono salite in pedana per farmi omaggio, una bellissima festa. Dopo mi sono messa in discussione, ho fatto la parlamentare, la sottosegretaria nel governo Draghi, ho inciso nello sport e oggi lo faccio con lo scouting”. 

    Il suo carattere in tre aggettivi e il peggior difetto.

    “Determinata. Perfezionista. Dolce. Il difetto non vorrei dirlo… Sono tanto disordinata a casa. Migliorerò, prometto, ma non sono molto motivata”. 

    “Non è un bel momento. Tanti problemi si risolverebbero se tutte le persone crescessero con i valori dello sport, che mette insieme invece di dividere. Sogno che le Olimpiadi ci inducano alla pace”.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA



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